Parere preventivo sull’esportabilità delle opere esposte in Mostra

La libera circolazione dei beni culturali in Italia è sottoposta a vincoli di tutela molto rigidi. Chiunque voglia portare fuori dai confini italiani un’opera d’arte avente più di 50 anni deve chiederne l’autorizzazione all’Ufficio Esportazione il quale, entro 40 giorni, rilascia o nega l’autorizzazione di cui sopra.
Per il carattere internazionale ed il prestigio della Biennale dell’Antiquariato di Firenze anche quest’anno agli espositori verrà offerta l’opportunità di avere in anticipo l’opinione sulla esportabilità degli oggetti presentati.
Di fatti, grazie alla lungimiranza della Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Fiorentino, nella persona del Soprintendente Professoressa Cristina Acidini, al Dottor Angelo Tartuferi, Direttore dell’Ufficio Esportazione di Firenze, e al Direttore Generale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Dott. Roberto Cecchi , il Comitato della Mostra ha chiesto ed ottenuto l’autorizzazione a convocare le Commissioni deputate a visionare le opere direttamente presso la sede della manifestazione e dare nello stesso giorno l’autorizzazione o meno sulla esportabilità.
Tale fatto, unico nel panorama delle Mostre italiane, è un esplicito riconoscimento dell’internazionalità della Mostra Fiorentina ed è una maniera per dare agli antiquari espositori la certezza di essere alla pari dei colleghi stranieri presenti a Firenze.
La norma in vigore sull’esportazione prevede un solo grado di giudizio espresso dalla Commissione nominata dalla Soprintendenza, mentre quella ministeriale ha una funzione esclusivamente consultiva. I tempi di attesa per il rilascio dell’attestato di libera circolazione è fissato dalla legge in quaranta giorni. E’ chiaro che simile disciplina danneggia e penalizza fortemente gli antiquari italiani, i quali di fronte alla richiesta di acquisto di un collezionista straniero si troverebbero in grande disagio poiché non sarebbero in grado di rispondere se l’opera in questione sia esportabile o meno. La sensibilità dimostrata nei confronti del Mercato dell’Arte italiano dalle Istituzioni fa parte del lento ma costante avvicinamento fra posizioni fino a poco tempo fa in apparenza inconciliabili.

Testi di:
Mina Gregori
Pier Francesco Listri
Antonio Paolucci
Vittorio Sgarbi

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Mina Gregori

Al ruolo internazionale oggi riconosciuto alla Mostra Mercato di Palazzo Corsini Firenze è pervenuta attraverso varie fasi che la rendono la sede italiana più accreditata. Di questa storia sono stata testimone in un decisivo momento di giunzione. Quando Luigi Bellini nel 1959 organizzò la Mostra dell’Antiquariato di Palazzo Strozzi parve del tutto naturale che a Firenze si aprisse una grande vetrina del mercato d’arte. Si avvertiva allora, come ovvia, una continuità con la cultura e le aperture costruite dai padri fondatori del mercato antiquario che avevano operato a Firenze e ai quali si deve riconoscere di avere contribuito in misura notevole a far conoscere e amare l’arte italiana nel mondo, sostenendo in particolare il periodo dei primitivi e del Rinascimento che aveva avuto la sua fioritura nel centro toscano.
La Firenze a cui l’iniziativa di Luigi Bellini si ricollegava era quella di Stefano Bardini e dei suoi pupilli e continuatori, Elia Volpi, Orlando Petreni, lo stesso Bellini, in una linea che sarebbe continuata fino a Carlo De Carlo. E si riferiva anche a collezionisti amanti dell’arte italiana stabilitisi a Firenze che per alimentare le loro raccolte, che avrebbero arricchito la città, non disdegnarono l’attività mercantile come Herbert Horne.
Non era stato un caso che Bardini, aretino di nascita, si fosse stabilito a Firenze. A lui e alla sua smisurata capacità di raccoglitore e spesso di salvatore di opere d’arte in stato avanzato di degrado, in un’Italia che si avviava solo allora a rendersi consapevole dei suoi doveri verso il suo passato, fu riconosciuta una competenza in campi che non avevano ancora suscitato interesse, come la scultura e i bronzi del Rinascimento. Così Wilhelm Bode, il grande direttore dei Musei di Berlino, non disdegnava il dialogo con Bardini facendo tesoro delle sue scoperte
Luigi Bellini e i suoi figli Beppe e Mario con la sua non dimenticata consorte Dodina dettero vita a una formula che si dimostrò vincente unendo vari fattori. Uno di essi era l’attenzione, che corrispondeva al sentimento di appartenenza ai valori della propria città che ha sempre distinto i fiorentini, per l’arte italiana e fiorentina in particolare dai primitivi a tutto il Cinquecento, seguendo un filone di gusto e di cultura storico-artistica che partendo da Bardini aveva avuto il sostegno di Bernard Berenson, una presenza nella sua villa di Settignano il cui ricordo era ancora ben vivo.
Il consenso internazionale ottenuto dalla mostra di Palazzo Strozzi riconobbe il ruolo svolto da Firenze nella storia moderna del gusto e del collezionismo, non soltanto per i suoi musei, ma per la vivacità del mercato d’arte, e trovò un felice complemento nell’atmosfera ospitale promossa dai Bellini, contribuendo anche a un successo mondano che trovò a Firenze il tradizionale scenario e un’occasione nei ricevimenti della loro villa di Marignolle.
Questi precedenti inducono a credere nella legittima aspirazione degli organizzatori dell’attuale mostra mercato fiorentino a proporla come la manifestazione che, particolarmente orientata in un quadro più aggiornato e più vasto verso l’arte italiana nella rigorosa selezione e nel concorso internazionale di espositori e di pubblico, si affianchi degnamente con le sue specifiche finalità alla mostra di Maastricht, il modello più riuscito e autorevole delle recenti manifestazioni espositive.

Mina Gregori

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Pier Francesco Listri

Dice un nostro celebrato scrittore che “la bellezza salverà il mondo”. Se questo è vero, Firenze ne avrà, nell’arengo mondiale, una scaglia non secondaria di merito.
Se la Bellezza è eterna, le sue forme variano nei tempi e ogni epoca ne annovera una diversa declinazione. Di tanto variata bellezza questa città è - perdonate la parola un po’ usarata - uno scrigno. Per questo, milioni di genti continuano a venire qui, anche da molto lontano, da metropoli celebrate ma ormai invivibili, per ritrovare appunto i segni della bellezza salvifica. Perché Firenze la declina non solo con la stratificazione meravigliosa dei suoi secoli d’arte, ma anche con la molteplicità dei suoi segni contemporanei: la musica del Maggio, i manufatti artigiani della Mostra Mercato, le grandi mostre, ora Cézanne, di Palazzo Strozzi, la moda a Pitti. Un posto particolare ha, in questo periplo, la ora venticinquesima biennale, Mostra Mercato Internazionale dell’antiquariato. Da cinquant’anni dunque, età già veneranda ma giovane, Firenze raccoglie, custodisce e propone, il bello del passato nelle forme più nobili e domestiche, dai mobili d’epoca alle cornici, dagli argenti agli arazzi, dai gioielli ai supremi vasellami. Qui, accanto all’arte dei pittori e degli scultori, vive la suprema perizia dei maestri artigiani, dai cesellatori agli arazzieri, dagli stipettai agli orafi, dai ceramisti ai doratori, legati più direttamente ai grandi materiali nobili, oro, argento, legno, ebano, nei quali il tempo lascia un sapore e un calore di infinito incanto.
Superate le antiche polemiche sulla funzione dell’antiquario, oggi si è vittoriosamente consapevoli che questi discendenti dei grandi conoscitori (che han fatto storia e critica d’arte) sono i migliori scopritori e custodi, coniugando arte e mercato, di un immenso patrimonio che altrimenti finirebbe disperso o perduto. E restano forse gli ultimi detentori di quella universale e preziosa categoria estetica che si chiama “Gusto”.
Firenze ha una grande tradizione antiquaria, per la fortunata congiunzione di due rare condizioni: esser custode di uno sterminato patrimonio (civile e di Chiesa, ma anche nobiliare e privato), ed essere meta della ricchissima presenza internazionale ormai da almeno tre secoli.
A Firenze, gli antiquari formano un’aristocrazia. Dal celebre Stefano Bardini a Elia Volpi, restauratore di Palazzo Davanzati; da Vincenzo Ciampolini, gestore della favolosa eredità Demidoff a Demetrio Tolosani, fondatore della rivista “L’Antiquario”; da Giuseppe Salvadori, sommo esperto di arazzi, a Luigi Grassi arredatore della dannunziana Capponcina; dalla famiglia Volterra a Salvatore Romano di cui oggi si custodisce la Fondazione. Fino ai Bellini, Luigi e i figli Giuseppe e Mario, al primo dei quali si deve proprio l’idea della fondazione di questa biennale, tenuta ad alti livelli da Guido Bartolozzi dopo la loro uscita di scena, e oggi magistralmente proseguita da Giovanni Pratesi.
Nacque la Biennale dell’Antiquariato nel 1959, anno che si avviava, ricostruita la città del dopoguerra, ai fastigi del benessere, detto boom economico. Sfogliamone le cronache. Dal cortile di Palazzo Vecchio si rimuove quest’anno il Puttino del Verrocchio sostituito da una copia; la città celebra il primo centenario della fine del Granducato toscano; a Belvedere fiorentini e stranieri ammirano la raccolta dei grandi affreschi staccati; a Luglio, un indimenticabile “Nabucco” investe di musica verdiana il giardino di Boboli; il teatro Comunale è finalmente del tutto restaurato. Notizia triste in tanto fervore la morte a Settignano, nella leggendaria villa I Tatti, del grande critico lituano Bernard Berenson, il finissimo teorico del Rinascimento fiorentino che egli aveva fatto conoscere al mondo dei grandi collezionisti americani. Oggi molto è cambiato, Firenze ripensa, in una pausa forse troppo lunga di riflessione, il suo futuro che resterà tuttavia quello di una cattedra del più raro e ambito bene della postmodernità, la Bellezza e il suo grande Passato. I fiorentini ripensano quel 12 settembre del ‘59, quando 56 espositori italiani e 55 stranieri affollarono di splendide cose Palazzo Strozzi.
Oggi le misure sono ingigantite e la planetarietà delle presenze s’è fatta più imponente.
Gli stranieri, espositori e gran pubblico di esperti, invece arriveranno qui mentre il profumo dell’ autunno allegra le notti della città; la gran mole bianca di San Miniato, di cui si sono appena celebrati i dieci secoli, veglierà candida dalle colline, e le quiete acque dell’inquieto torrente Arno scorrono silenziose sotto i mirabili ponti. Una festa del mondo all’insegna del Passato che salva, e della Bellezza che consola. I prezzi delle opere esposte talvolta appaiono, ai più, vertiginosi; ma la Biennale, con il suo spiazzante eclettismo e la sua incredibile varietà di proposte, serve anche come scuola che aiuta a capire il bello e ad affinare il gusto di ognuno. Antico ed eterno compito della migliore fiorentinità.

Pier Francesco Listri

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Antonio Paolucci

Ho davanti a me, collocato nello scaffale più accessibile della mia biblioteca, primo di una serie che allinea in successione cronologica ventiquattro volumi, il catalogo della mostra mercato internazionale dell’antiquariato del 1959. E’ da qui che, quasi mezzo secolo fa, ha preso inizio la storia delle Biennali fiorentine.
Poniamo mente alla data: 1959. I ricordi della guerra erano ancora vicini, ci voleva il passaporto per andare in Francia, il Trattato di Roma aveva solo due anni e da appena sei era morto Stalin. L’Italia era ancora in gran parte un paese di contadini e di emigranti, anche se già si avvertivano i presagi di quello che presto gli storici avrebbero chiamato il “miracolo economico”.
Il catalogo, di piccolo formato, ha un aspetto sobrio, modesto. Fa sorridere se lo confrontiamo con le sontuose pubblicazioni d’arte dei nostri giorni. Le foto sono in bianco e nero, solo cinque a colori. Editoria povera, con un vago residuale sentore di dopoguerra. Il testo introduttivo di Piero Bargellini (però stampato in quattro lingue italiano, inglese, francese e tedesco) gira intorno all’invenzione retorica di Mercurio, dio del denaro e degli affari, e di Apollo, dio della Bellezza. Idea non banale (perché Bargellini banale non era mai neanche negli scritti di occasione, e soprattutto ben rappresentativa della cultura media delle “elite” del ’59; gente che aveva fatto i buoni licei di una volta e che ancora sapeva apprezzare una bella metafora mitologica).
Soffermiamoci ora sulle prime pagine del catalogo del ’59. Subito stupiremo nel constatare il contrasto fra la modestia della pubblicazione e l’importanza dell’evento di cui il libro fornisce testimonianza. Più di cento erano gli espositori che affollavano le sale di Palazzo Strozzi quarantotto anni fa e di questi almeno la metà stranieri. Ventotto erano gli antiquari francesi, quattro i tedeschi, otto gli olandesi, tre gli americani, altrettanti gli inglesi, e poi belgi, svizzeri, svedesi etc…; in totale 54 espositori stranieri, a fronte di 56 italiani.
Nel ’59 i due segretari generali Giuseppe e Mario Bellini avevano raccolto a Firenze il meglio del mercato d’arte internazionale. Anzi, di più, nella città che era stata di Stefano Bardini e di Elia Volpi, avevano inventato il modello destinato, negli anni successivi, a moltiplicarsi e a frantumarsi ai quattro angoli d’Italia e d’Europa, da Parma a Mastricht, da Milano a Parigi. Tuttavia, anche se stretta e insidiata da una concorrenza feroce, anche se l’arricchimento diffuso e la democrazia dei consumi profondamente mutavano la composizione sociale, la cultura, i gusti e le frequentazioni dei nuovi clienti, la Biennale fiorentina rimase, negli anni e nei decenni successivi, un appuntamento irrinunciabile per chiunque nel mondo credesse nell’incontro felice fra il Denaro e la Bellezza: fra Mercurio e Febo Apollo, come scriveva Bargellini nel ’59.
Ventiquattro sono i cataloghi delle Biennali succedutesi dal ’59 al 2005, un appuntamento mai interrotto nonostante le tragedie che hanno colpito la città nel secondo Novecento: l’alluvione del ’66, l’attentato ai Georgofili del ’93. A considerare tutti insieme quei ventiquattro cataloghi ci accorgiamo che essi fanno un museo; un immenso, variegato, volatile museo che nell’arco di mezzo secolo ha invaso, con cadenza periodica, come una piena benefica, Firenze. Ogni Biennale produceva affari e denaro ma, allo stesso tempo, alimentava il collezionismo, affinava il gusto, moltiplicava gli studi storico artistici, arricchiva di nuovi materiali gli indici e i repertori. Sfogliando i cataloghi delle Biennali ci accorgiamo di come mutano nel tempo gli orientamenti della critica, le sensibilità dei compratori, gli umori del mercato. Ci rendiamo conto, anche, che non esisterebbero i cosiddetti “mestieri artistici” (dalla “connoisseurship” alla museografia al restauro) se non ci fossero gli antiquari che selezionano, propongono, valorizzano. Alimentano la collezione privata perché diventi, un giorno, collezione pubblica.
I ventiquattro volumi che documentano la storia delle Biennali fiorentine sono un giacimento prezioso di materiali e di informazioni. Non c’è istituto specializzato o studioso professionista che non lo sappia. Attraverso quelle pagine sono passate, in poco meno di cinquant’anni, molte migliaia di “cose” e alcune centinaia di capolavori. Da questa semplice elementare considerazione e da quanto ho detto prima sul ruolo svolto da Palazzo Strozzi nell’ultimo mezzo secolo, è nata l’idea del Segretario Generale Giovanni Pratesi. Pubblicare, in occasione della Biennale 2007, quanto di meglio è passato da Firenze nelle ventiquattro edizioni: dipinti e sculture, mobili e arredi, oggetti di arte minore.
Sarà una selezione ovviamente parziale e soggettiva come sempre sono le selezioni. Essa servirà a far capire la qualità e l’importanza dello straordinario museo che Firenze ha ospitato nelle sue Biennali e servirà a far capire, soprattutto, quale prezioso insostituibile ruolo culturale svolga il mercato d’arte.


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Vittorio Sgarbi

Venticinque edizioni, che corrispondono a quarantotto anni, che sono comunque un traguardo straordinario, da ricordare con la giusta solennità. La Biennale dell’Antiquariato di Palazzo Corsini, la grande madre di ogni simile manifestazione che in seguito si sarebbe protratta nel tempo e in ogni parte del globo terrestre. L’età di manifestazioni di questo genere non si misurano. Si può essere rimasti bambini anche alla centesima edizione, così come si può essere diventati adulti già alla prima. E’ certamente, questo secondo, il caso della Biennale fiorentina, (come ci ricordano le rassegne retrospettive che accompagnano l’edizione 2007), creata nel 1959 quando i benemeriti pionieri Giuseppe e Mario Bellini riunirono un centinaio fra i migliori rappresentanti dell’antiquariato internazionale.
Folle di visitatori, interessati all’arte antica come a uno status symbol e a una forma d’investimento economico, ma anche appassionati sinceri. In sostanza un mondo ancora a aristocratico, chiuso fra quattro, nobili pareti, ma onestamente più approssimativo di quanto non sia adesso, un mondo che confidava sul primato assoluto di una connoisseurship prevalentemente orale, intuitiva, perfino istintiva, determinando talvolta atteggiamenti di religiosa venerazione per coloro che si destreggiavano con maggiore maestria nell’arte dell’attribuzione. Era un mondo che aveva ancora un rapporto ambiguo con lo studio più qualificato della storia dell’arte, non ritenendo essenziale il perfezionamento metodologico nella filologia dell’opera d’arte, dall’altra pretendendo di anticiparlo, e non a torto, arrivando prima a scoperte, riscoperte, riletture che gli ambienti accademici avrebbero assimilato con più lentezza.
Era un mondo forse più chiaro, semplice, lineare, ma anche ridotto, e non solo in termini numerici. Oggi l’antiquariato è fenomeno culturale, sociale, economico non dico di massa, che sarebbe un’esagerazione, ma che riguarda numeri e strati di popolazione enormemente più vasti di quelli del 1959. Come ogni fenomeno di allargamento sociale, dunque di “democratizzazione”, esistono naturalmente anche gli aspetti meno positivi, inevitabili nella logica dei grandi numeri, come il coinvolgimento sempre più massiccio di un pubblico di “nuovi ricchi” certamente danaroso, ma culturalmente debole e piuttosto sprovveduto in materia, forse anche poco appassionato, per il quale le vecchie, mai sorpassate motivazioni dello status symbol e della forma d’investimento economico rimangono di gran lunga le più attraenti. Un pubblico che mette sullo stesso piano di valori un Valerio Castello o un Cagnacci con una Ferrari o un attico a Park Avenue, senza troppe distinzioni di sorta: sono tutte cose lussuose, vizi raffinati che costano soldi, roba per pochi privilegiati. Non la penso così, come è noto, ma non tratto coloro che ragionano in questo modo come fossero degli intrusi, degli ospiti sgraditi, come se al di fuori di loro esistesse un parterre composto solo da spiriti eletti, dotati di gusti sopraffini per virtù innate.
L’antiquariato è pur sempre un mercato, speciale quanto si vuole, non assimilabile a altre merceologie commerciali, ma sempre tale, guai a dimenticarlo. E a questo mercato, dal nuovo pubblico è stato alimentato in maniera notevolissima, favorendo la crescita impressionante dei valori economici, stimolando un’offerta sempre più vasta, variegata, qualificata. Ci si può proporre di educare meglio questo pubblico, emancipandolo dalla tendenza dilagante alla “finanziarizzazione” delle cose dell’arte, con il mercato del settore, in particolare quello riguardante l’arte contemporanea, sempre più simile a una Borsa d’affari. E’ questo, del resto, un proposito che credo abbia bene in mente Giovanni Pratesi, presidente dell’Associazione Antiquari d’Italia, e sul quale si dovrebbe insistere sottolineando con la passione per l’arte antica sia, un modo per migliorare la qualità delle nostre vite, interiormente prima ancora che esteriormente. Ma si tratta di un problema troppo vasto e importante che dovrebbe coinvolgere il sistema complessivo dei Beni Culturali e dell’educazione, certamente non delegabile ai soli operatori dell’antiquariato.

Vittorio Sgarbi

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